Lesioni da punta e taglio

Le lesioni da punta e taglio sono le più frequenti tra le lesioni d’arma bianca e possono essere prodotte da armi appuntite, proprie o improprie, monotaglienti o bitaglienti (coltelli, pugnali, baionette, ecc.), caratterizzate da una maggiore estensione in profondità piuttosto che in superficie. Hanno prevalentemente forma ad asola, più o meno slargata, in funzione della regione attinta e della densità e direzione delle fi­bre elastiche.
L’azione lesiva è mediata da due forze applicate sulla cute e sui tessuti sottostanti: una forza di compressione determinata dalla punta dello strumento che lede primariamente i tessuti ed una successiva forza di taglio prodotta dal filo acuminato della lama se monotagliente (o dai margini acuminati della lama se bitagliente) responsa­bile della successiva estensione in larghezza della ferita sia a livello cutaneo che dei tessuti sottostanti. I margini cutanei della lesione sono quindi netti, regolari e, ecce­zionalmente, contornati da un sottilissimo orletto escoriativo-ecchimotico dovuto al­lo strisciamento del fianco della lama sui bordi laterali della ferita.
La morfologia della ferita cutanea non riproduce le caratteristiche morfologiche dello strumento che l’ha generata: la lunghezza del tramite non è in genere indicativa della lunghezza della lama, né le dimensioni della ferita forniscono utili indicazioni sullo spessore e altezza (larghezza) della lama, a causa di numerosi fattori tra cui la se­de attinta, l’azione di trazione delle fibre elastiche, i movimenti intracorporei impressi alla lama, l’orientamento della lama sulla superficie corporea al momento della penetrazione, la parziale o totale infissione della lama, le reciproche interazioni dinamiche tra vittima ed aggressore durante il ferimento, l’extrarotazione della lama nell’estra­zione per la fisiologica predominanza dei muscoli flessori del braccio sugli estensori.
In particolare le fibre elastiche cutanee sono autonomamente responsabili di una retrazione dei margini della ferita con formazione del tipico aspetto ad asola della lesione, amplificando i diametri traversi e riducendo i longitudinali. A ciò si aggiunga che la retrazione della ferita varia anche in rapporto alla sede corporea interessata dalle lesioni, in virtù di una differente disposizione delle fibre elastiche (strie di Langherans). Tali strie, ben note in chirurgia plastica ove è importante ridurre l’impatto estetico di una cicatrice chirurgica, hanno disposizione pressoché sovrapponibile in tutti gli individui.
Ne deriva, in pratica, che se la discontinuazione dei tessuti avviene parallelamente al decorso delle fibre elastiche, la ferita apparirà appena slargata, essendo minore la trazione delle fibre elastiche sui margini; se invece la discontinuazione dei tessuti è perpendicolare od obliqua alla disposizione delle fibre elastiche, la ferita sarà decisamente più slargata.
Pertanto per poter apprezzare la reale morfologia e quindi rilevare le dimensioni della ferita è indispensabile accostarne i margini eliminando gli artefatti dovuti alla trazione indotta dalle fibre elastiche. Ciò nonostante le dimensioni della ferita cutanea, anche dopo idonea ed accurata misurazione a lembi accostati, non sono tout court indicativi delle dimensioni della lama (spessore ed altezza).
L’unica circostanza che consente con certezza di definire l’altezza (larghezza) mi­nima della lama, è quella in cui lo strumento abbia trapassato un osso piatto (ad esempio, la sca­pola), lasciandovi l’impronta a stampo.
Piuttosto difficile inoltre risulta stabilire anche la lunghezza della lama che po­trebbe essere erroneamente identificata nella profondità della ferita, atteso che la la­ma potrebbe essere più lunga del tramite ove non fosse penetrata completamente, ovvero più corta qualora il colpo sia stato vibrato con particolare vigore sì da consen­tire la introflessione dei tessuti molli come accade per i colpi all’addome. Unica pos­sibilità per poter definire, sia pur orientativamente, la lunghezza della lama è data dall’infissione di questa in una regione corporea non deformabile (torace) con evi­denza cutanea, immediatamente lateralmente alla lesione da punta e taglio, di segni indicativi della completa penetrazione della lama per impatto sulla cute delle porzio­ni distali del manico. Tali segni sono in genere rappresentati da piccole aree di ecchimosi, piccole escoriazioni lineari, piccole lesione di continuo.
Ai fini dell’identificazione dell’arma utilizzata, è invece possibile determinare se la ferita sia stata prodotta da uno strumento mono- o bitagliente attraverso un accu­rato esame morfologico della ferita e previo accostamento dei margini della stessa.
Qualora la lesione da punta e taglio sia determinata da uno strumento monota­gliente infisso perpendicolarmente alla cute sarà possibile osservare agli estremi della ferita un margine squadrato o a “T” che corrisponde al dorso della lama ed un mar­gine acuto che corrisponde al filo della lama.
Se invece è stato utilizzato uno strumento bitagliente ovvero la lama è stata affondata obliquamente alla cute, entrambi i margini della ferita saranno acuti.
Sempre nell’ambito delle ferite da punta e taglio, devono inoltre essere annovera­te le lesioni prodotte da forbici a branche aperte dal tipico aspetto triangolare, fra lo­ro ravvicinate e speculari.
Talora, tuttavia, la ferita da punta e taglio può assumere una morfologia asimmetrica, non inquadrabile in nessuna delle fattispecie precedentemente descritte. È il caso, ad esempio, delle ferite a forma di “X”, “Y” o “L” nelle quali è possibile ipotiz­zare che i colpi inferti siano più di uno e che le rispettive lesività o si sovrappongano (“X”) o l’una si continui con il margine dell’altra (“Y” o “L”) ovvero che la stessa le­sione abbia potuto assumere forma atipica per il reciproco movimento di vittima ed aggressore con il mezzo lesivo (coltello) ancora infisso nella vittima ma ben saldo nella mano dell’aggressore.
La fase di estrazione della lama è dominata dai muscoli flessori del braccio (bici­pite brachiale) che, oltre ad indurre la flessione dell’avambraccio sul braccio, deter­mina anche una lieve ed automatica intrarotazione del polso e quindi della mano. Pertanto nella fase di estrazione della lama dal corpo della vittima, può prodursi una piccola incisura laterale a livello del margine corrispondente al filo del tagliente. Tale piccola incisura sarà ovviamente esterna all’asse della lama ed il suo studio potrà es­sere utile (ove concorrano condizioni “standard”) ad ipotizzare un’aggressione da parte di soggetto destrimane o mancino. Osservando infatti la lesione da punta e ta­glio frontalmente, se la piccola incisura laterale è posta a destra dell’asse della lesione, potrebbe supporsi un’aggressione da parte di un destrimane, a sinistra invece da parte di un mancino.
La sede maggiormente interessata dalle lesioni da punta e taglio è la parte sinistra ed alta del torace, per la presenza sottostante di organi vitali (cuore, aorta), anche se si tratta di una regione comunque protetta dalle coste e dallo sterno.

Lesioni da punta e taglio multiple in regioni target quali la toracica sinistra, fra loro ravvicinate, con diversa profondità del tramite, senza lesioni da difesa potrebbero far pensare anche ad un’ipotesi suicidiaria, per contro lesioni al dorso o in sedi non raggiungibili, orienterebbero per l’ipotesi omicidiaria. Esiste poi l’ipotesi dell’overkilling ovvero quando la salma è attinta da un numero di lesioni spropositato. Generalmente si tratta di salme prive di lesioni da difesa, con tramiti profondi, alcuni rapidamente mortali o immobilizzanti, con lesioni in sedi corporee non autoraggiun­gibili, colpite durante il sonno o durante intossicazione di alcool o stupefacenti.

Articolo creato il 26 gennaio 2014.
Ultimo aggiornamento: vedi sotto il titolo.

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